Bachisio Zizi

Tra irrealtà e sofferenza

L'anno scorso si spegneva a ottantanove anni lo scrittore di Orune Bachisio Zizi. Poco conosciuto, poco compreso e poco letto, Zizi, ha rappresentato un’idea di letteratura originale e profonda, che come spesso accade, affonda le radici in una realtà sarda travagliata e complessa e proprio per questo più vera e desiderosa di raccontarsi, a modo suo, e di presentarsi al mondo in tutta la sua essenza.

Foto Cooperativa LARCO http://www.sardegnadigitallibrary.it/
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Il mio incontro virtuale con Bachisio Zizi risale al settembre del 2005, quando mi capitò tra le mani un articolo di Natalino Piras su “il Messaggero Sardo”. A quel punto capii che era necessario approfondire l’oggetto dell’articolo, perché quel testo parlava di un grande uomo, di una voce fuori dal coro e di un talento cristallino come pochi. Fu allora che iniziai subito a leggere i libri di Bachisio Zizi. Il filo della pietra (1971), Greggi d’ira (1974), Il ponte di Marreri (1981), Erthole (1984), Santi di creta (1987). Quanto basta insomma per accorgermi in poco tempo che mi trovavo dinnanzi ad un grande scrittore. Una grandiosa scoperta quindi e per di più casuale, per questo, ancora più decisiva.

Per capire l’uomo è necessario innanzitutto partire dai libri e dalla profonda intensità del loro contenuto. L’ispirazione di Bachisio Zizi, credo sia stata la stessa della Deledda e del Satta poeta, la stessa di Cambosu, perché affondava le radici in quell’entroterra fatto di atroci solitudini, passioni feroci, regole astratte, di persone umili, semplici. Nuoro, Orotelli, Orune; non fa differenza la provenienza dello scrittore. Si allargano e si ristringono continuamente i confini di quella Sardegna metafisica, di quel tanto decantato “luogo dell’anima”. L’intera letteratura di Zizi è fatta di questo. Scrittore non capito, spesso frainteso, accusato infine.

 

Un’infanzia di lavoro e sacrifici a Orune, dove Bachis andava col padre nelle vacanze estive a fare su piccapredi, il tagliapietre. Poi altri lavori saltuari e gli studi mai abbandonati. A vent’anni il diploma di ragioniere. L’apprendimento, le prime vere letture, l’università e l’impiego in banca, ottenuto attraverso un concorso. Quel lavoro da dirigente bancario non lo abbandonò più. Col tempo però si acuiva in lui un altro sentimento, una passione che si faceva sempre più strada: quella per la letteratura. Divorava voracemente un’enorme quantità di libri. Nascevano di lì a poco le prime bozze, scritte con tenacia, con lemma. Sarebbero diventate opere importanti.

Venivano così al mondo il paese di Orvine e tutti i personaggi drammatici, comici e tragici presenti nei suoi romanzi.

E' fondamentale in questo caso il distacco, la frattura che avviene sempre, quando si abbandona il proprio luogo d’origine. Per Zizi questo squarcio generò sofferenza, come spesso accade, ma anche consapevolezza del proprio compito: fissare le persone, le cose, i luoghi. Solo la scrittura poteva farlo.

 

Erthole è l’opera che incarna maggiormente il concetto di luogo come identità mentale, tematica carissima a Zizi. E’ un’opera malinconica, triste, profondissima, dove lo scrittore descrive con maestria l’interno delle cose e coglie l’intimità cruda delle persone. Qui sono racchiuse le migliori pagine di Zizi; pagine oniriche, vagamente sattiane, cariche di passione e di forza evocativa, come del resto in Santi di Creta, altra grandissima opera, quella più oltraggiata e incompresa, di sicuro quella più sofferta di tutte.

Erthole capolavoro di Zizi dunque. Sandro Maxia nella prefazione del testo, editto da Ilisso, lo definisce “un libro complesso, dove vi è un’indubbia padronanza delle tecniche narrative e una lunga immersione dell’autore nei sentieri dell’epistemologia contemporanea”. Parole sacrosante, alle quali va accostata una nota di dolorosa rievocazione del ricordo, avvolta in quel turbine d’irrealtà nel quale i personaggi si muovono. Il tempo viene svuotato, la realtà s’intreccia col sogno. Un fermento immobile, descritto magistralmente.

Se la scrittura talvolta comporta sofferenza, credo che in Zizi la constatazione di quest’assioma possa considerarsi regola certa, in quanto, soprattutto in Erthole, ogni pagina sembra avere una vitalità innata figlia dello spasimo, di un’arcaica malinconia.

 

Diversi testi dello scrittore orunese purtroppo sono fuori catalogo, altri titoli sono prossimi a esserlo, diventando sempre più introvabili, con la triste constatazione che si materializza in una qualunque libreria, se si cerca tra gli scaffali o se si chiede al libraio: sintomo questo dell’impoverimento culturale odierno.

Così come Erthole rappresenta il luogo del “ritorno” per eccellenza, credo che Bachisio Zizi raffiguri lo scrittore della scoperta per naturale deduzione, in quanto il senso del ritornare, mai come in questo caso s’identifica meglio col merito del riscoprire.

 

01 febbraio 2016

Mauro Cuccu
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