Antioco Casula: Montanaru

La grande poetica in lingua sarda

Uno dei poeti più noti e importanti in lingua sarda è senza dubbio Antioco Casula, noto con lo pseudonimo di Montanaru.
Nato nel novembre del 1878 a Desulo, nel centro della Barbagia, Montanaru iniziò a cimentarsi con la poesia fin da adolescente.
La sua vita giovanile fu scandita da due fallimentari esperienze di studio, prima a Lanusei poi a Cagliari, che lo costrinsero ad abbandonare anzitempo la scuola per arruolarsi nell’arma dei carabinieri.


Iniziò così per l’aspirante poeta una fase di spostamenti all’interno dell’isola dove poté entrare in contatto con i diversi dialetti sardi e saggiarne la grandissima varietà.
Fu questa una fase cruciale per la formazione del giovane desulese. É proprio in questo periodo che nasce in lui una certezza che lo accompagnerà per tutta la vita.


Divenne infatti un convinto assertore dell’importanza della conservazione della lingua sarda, mezzo di comunicazione imprescindibile della comunità e valore fondante dell'identità isolana.
Decise dunque di scrivere in sardo, prediligendo soprattutto il logudorese, forma dialettale cosiddetta “letteraria”.


Iniziarono le prime pubblicazioni e i suoi primi versi giovanili vennero raccolti in un volume dal titolo Boghes de Barbagia (Voci di Barbagia). Pubblicazione che ottenne ottime recensioni.


Questo piccolo e insperato successo letterario lo spinse ad abbandonare l'Arma. Rientra a Desulo, dove insegna nelle scuole elementari, svolgendo contemporaneamente la mansione d’impiegato all’ufficio postale.


Due eventi luttuosi segneranno per sempre la sua vita. Nel giro di due anni perde il figlio maggiore e la moglie. La sua poesia diventa più intensa e commovente.


É tuttavia con il volume Cantigos d’Ennargentu (Canti del Gennargentu) che entra a pieno titolo nella cerchia dei maggiori poeti sardi.

Montanaru con la moglie e Francesco Ciusa - foto di A. Ballero
Montanaru con la moglie e Francesco Ciusa - foto di A. Ballero

La sua adesione al fascismo, sul finire degli anni venti, non fu mai pienamente convinta.
Gli stessi gerarchi del regime non vedevano di buon occhio la sua vocazione poetica e il suo fervore nel voler diffondere l’uso della lingua sarda nelle scuole.


Con la falsa accusa di aver agevolato alcuni banditi latitanti nel Gennargentu, fu incarcerato anche se successivamente assolto per la totale infondatezza delle insinuazioni.
L’incubo del confino comunque aleggerà in lui prepotentemente negli anni antecedenti la guerra.


Il consumarsi di un altro dramma familiare fu il preludio di una fase di grandissimo sconforto e avvilimento interiore. Sos cantos de sa solitudine, terzo volume di poesie, incarna questa profonda disgrazia esistenziale. I dolori della vita, come la crescente avversità al fascismo accresceranno, come scriverà in un suo bellissimo verso, la sua anima.


Alcuni critici lo definirono poco dialettale e di spiccata matrice sattiana. Un’attenta analisi e un’accurata rilettura della sua opera, sembrano comunque far emergere l’infondatezza di tali affermazioni.
Certo, s’intuisce l’eco della lirica di Sebastiano Satta, ma è una reminiscenza quasi naturale, una risonanza flebile, che si perde e si rigenera in una nuova poetica, significativa, diversa.


Quella di Montanaru è una poesia naturale e diretta, forgiata dal dolore che trova nella lingua sarda una musicalità e un ritmo deciso. Una poesia alta, travolgente, pura, che colloca inevitabilmente il poeta di Desulo nel gradino più alto di tutta la poetica in lingua sarda.


A Desulo è ancora possibile visitare la casa dove visse e lavorò, oggi divenuta un museo.

01 febbraio 2016

Mauro Cuccu
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