Sa coja maurreddina

Il matrimonio sulcitano

Sin dal I millennio d.C. la mescolanza africana con quella sarda è tale da influenzare anche la denominazione del rito nuziale.

Il matrimonio mauritano prende nome dai “Mori” o “Mauritani” così definiti gli abitanti di Santadi, e in generale, del Basso Sulcis in riferimento alla commistione con le genti dell’Africa che sbarcarono a sud dell’Isola e abitarono nei paesi vicinissimi a quello che era una delle due Cappellanie del Sulcis.

La Villa di Santadi era una delle più importanti del tempo in cui si dava svolgimento alle maggiori funzioni religiose dell’epoca che, come il matrimonio mauritano, si protraggono fino ai giorni nostri.

Foto E. Messina - Archivio Alinari
Foto E. Messina - Archivio Alinari

Dal 1968 la funzione religiosa si svolge nel comune dei tesori naturali e agro vinicoli, nella centrale piazza in cui il paese fa da testimone principale all’unione dei Maurreddus.
La preparazione che precede la plateale celebrazione, ha come presupposto necessario l’allestimento de Is Traccas, i carri bardati da arazzi lussuosi, mirto, spighe di grano, fiori e tappeti che accoglieranno gli sposi e le loro famiglie, rigorosamente vestiti con gli abiti tradizionali e accompagnati da una banda di gruppi folkloristici.

È in questo contesto d’uso e costume sardo, che al culmine delle cerimonia religiosa le madri degli sposi consegnano loro un bicchiere d’acqua da bere per poi cospargere il capo con sa Gratzia, una mistura di petali di rosa, grano, sale e monetine.

Se l’acqua sta a simboleggiare la vita, come tramandato dall’età prenuragica e nuragica in seno ai templi della Dea Madre adiacenti alle sorgenti d’acqua; il composto della “Gratzia” manifesta l’augurio di abbondanza e serenità fatto ai coniugi.

Un segno che preannuncia un legame intriso di sacralità e simbolismo che proseguirà con gli omaggi ai conviviali del banchetto nuziale, avente come sottofondo il caratteristico suono delle launeddas.

01 luglio 2016

Veronica Pastore
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