Cagliari città di grotte

Luoghi che raccontano millenarie storie suggestive

Cagliari, un caldo giorno d’estate. Il cielo terso di un blu paradisiaco che va a specchiarsi nelle acque del mare del golfo; qualche frangivento qua e la tra le vie che conferisce un antico, seppur vago, aspetto bucolico, ormai contaminato dai mattoni e l’asfalto.

Chi con occhio attento e allo stesso modo sognante, passeggia per le strade, non può non scorgere le varie cavità che affiancano il suo cammino.

Viale Santa Avendrace , disseminata di “stampusu”, cavità appartenenti ad un lontanissimo tempo in cui la zona era la necropoli punica, poi romana della città.

Buchi nella roccia che contenevano quanto necessario per il trasloco all’altro mondo. Cavità che nel tempo sono state depredate, dimenticate, oltraggiate, ma anche abitate. Nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, quelle che impropriamente sono chiamate grotte, sono state le abitazioni di chi aveva perduto tutto sotto le bombe.

Gente poverissima che fu soprannominata in modo dispregiativo “genti de is gruttas” da coloro i quali spocchiosamente mettevano in risalto il loro esser stati più fortunati rispetto a chi pativa la fame.

La necropoli di Tuvixeddu - Foto di P. Tolu
La necropoli di Tuvixeddu - Foto di P. Tolu

Le cavità sono state le abitazione di molti fino a pochi decenni fa,( anche l’Anfiteatro Romano, a tutt’oggi abitato da persone senza fissa dimora) oggi alcune di esse ospitano sporadiche presenze disperate e allo sbando che non hanno trovato altro riparo se non le fredde pareti calcaree.

Purtroppo in una città dai contorni” radical chic” come la nostra, oltrepassate le belle rotonde dal prato verde, lontani dal rumore assordante dei baccanali che si celebrano ogni notte nel centro storico, i più sfortunati si accoccolano nel grembo della terra, nel silenzio assordante dell’indifferenza.

Le grotte sono per i cagliaritani un porto franco ancora oggi; c’è chi ha la grotta in casa, nel viale Merello si dice che esistano delle ville che oltre le mura dei nobili salotti, celano antri riservati a pochi. Il viale Merello è disseminato di cavità.

Cave di pietra utilizzate dal periodo Romano fino a qualche secolo fa. Passaggi da un mondo di superficie al mondo sotterraneo che nei secoli hanno permesso vie di fuga e di riparo o che sono state prigioni. Strade di una città parallela topograficamente diversa, luoghi che solo oggi in parte sono visitabili al cagliaritano curioso, quello che si pone domande anziché andar dritto per la sua strada.

Stampace, che da poco più in alto delle rive del porto si arrampica fino alle mura di Castello, quartiere borgo in cui sono presenti diversi “stampus” tra cui il carcere di Sant’Efisio e l’ipogeo di Santa Restituta, potrebbe derivare il suo nome proprio dalle cavità di cui è disseminato.

Molte di esse sono ancora velate dal misterioso oblio che volge al passato.
Per ogni periodo storico esiste certamente un personaggio, un evento, un aneddoto riferito alle grotte della città.

Cavità Vittorio Veneto - Foto E. Loi http://www.sardegnadigitallibrary.it/
Cavità Vittorio Veneto - Foto E. Loi http://www.sardegnadigitallibrary.it/

Seppur confusa vive ancora oggi raccontare la storia di un ospedale grotta che, negli eventi bellici della II Guerra Mondiale, ha ospitato la Croce Rossa Italiana, impegnata a scrivere le sue pagine di storia nell’adoperarsi indomita al soccorso dei feriti.

L’ospedale fu scavato nella roccia e prese il nome da Carlo Felice. Ricovero dei malati e dei feriti che, secondo molti testimoni, non funzionò durante il conflitto, ma solo successivamente. Non si ha una memoria storica ben precisa né di questa grotta né delle altre; i superstiti confondono spesso l’ospedale grotta di viale Merello con quello di via San Giorgio, del quale si ha certezza, invece, che abbia funzionato attivamente.

La cavità di viale Merello, interamente artificiale, si trova ai piedi del settore occidentale del colle di Buon Cammino, ha un’estensione di circa 600 metri quadri. La pietra che va a formare la cavità è “tramezzario”color bianco avorio e “pietra cantone” che in cagliaritano viene denominata “tuvu”, impropriamente tradotto come “tufo”, che ha dato nome ai quartieri di Tuvumannu e Tuvixeddu. Il termine “tuvu” sarebbe, invece, una modificazione di “tuvuru” che significa “cavernoso”.

Anche l’Ospedale Grotta Carlo Felice, come praticamente tutte le cavità di Cagliari, è stato usato per decenni come deposito. Diversi anni fa è stato riaperto al pubblico per la manifestazione di “Monumenti Aperti”. Successivamente è stato nuovamente chiuso per motivi non meglio definiti.

Altre cavità di indubbio fascino sono quelle che si trovano sotto la ex Clinica Aresu, dove parrebbero districarsi numerosi siti ipogeici, tra cui luoghi di culto del periodo in cui i Vescovi Africani si rifugiarono in Sardegna.

Pare inoltre, che esistano acque miracolose che sgorgano dalla nuda roccia.

Anche le grotte di Cagliari raccontano di luoghi misteriosi, come la “Grotta della Vipera” eterno monumento romano ad una sposa che sacrificò la sua vita agli dei affinché salvassero il suo innamorato e uccidessero lei, o le grotte che si celano dietro le abitazioni di via Fossario.

Parrebbe che esse ospitassero in città il culto di Mitra; altre furono usate come ossario e come fossa comune. C’è chi racconta di una grotta scoperta dietro il tramezzo di una casa, dove si celerebbero le anime delle monache che un tempo abitarono quello che fu il Convento di Santa Caterina che, durante una tempesta, in una notte del sedicesimo secolo, crollò a causa di un fulmine.

C’è chi parla di intrighi segreti e di misfatti compiuti dalle religiose. Ma questa è un’altra storia, una delle tante e suggestive che la nostra città racconta.

01 agosto 2016

Andrea Governi
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