Su filindeu: i capelli di Dio

Una squisita specialità tutta nuorese

Tipico della cultura gastronomica nuorese, su filindeu è uno di quei piatti maggiormente ricchi di valore e di tradizione di tutta l’isola. Una portata unica nel suo genere. La sua complicata tecnica di realizzazione e i vari passaggi che occorrono per ottenere il prodotto finito lo portano a essere un piatto ormai realizzato solo dalle mani più esperte delle donne nuoresi.


L’origine del suo nome si fa risalire all’arabo fidaws, che vuol dire “capello”(la pasta infatti è piuttosto fine e ricorda vagamente i capelli). Questo termine, in seguito alla conquista mussulmana della Spagna, si trasforma e lo ritroviamo nella forma di fideos, per poi mutare, nel sardo arcaico, di findeus e findeos. Da qui infine si è passati al definitivo termine di filindeu.


Il fatto che questa pasta fine assomigliasse ai capelli e che venisse preparata in festività particolari, per Pasqua, ma anche e soprattutto per la festa celebrata dai nuoresi nel santuario campestre di San Francesco di Lula, hanno portato alcuni a soprannominarla “capelli di Dio”.

Foto Ufficio Stampa R.A.S. http://www.sardegnadigitallibrary.it/
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Si tratta esclusivamente di una pasta secca che viene usata per fare zuppe in brodo ed è una pietanza comune nelle tradizioni domestiche e nelle cucine familiari nuoresi. La sua particolarità consiste nel fatto che l'ingrediente di base, la semola di grano duro, viene interamente lavorata a mano attraverso una tecnica estremamente lunga e laboriosa.
Questa semola viene impastata con dell’acqua e con l’aggiunta di un pizzico di sale.


La trasformazione dell’impasto è accuratissima perché il risultato deve dare origine ad un prodotto molto malleabile. Esso viene lavorato, steso e tirato con le mani. Lo si bagna continuamente con acqua salata fino ad ottenere, di passaggio in passaggio, sottili fili di pasta che raggiunta la consistenza desiderata vengono collocati su un’apposita tavola di legno, e disposti a graticcio in svariati strati.


Inizia a questo punto la fase di essiccazione che ha una durata variabile in relazione alle condizioni ambientali e che avviene su dei piani costituiti da foglie di asfodelo essiccate ed intrecciate in forme circolari, in modo tale da creare una superficie irregolare, che consente da una parte una maggiore ventilazione durante la fase di essiccazione, e dall’altra una migliore dispersione dell’umidità.


I fili di pasta una volta essiccati vengono spezzati e fatti cuocere nel brodo di pecora, condito infine con del pecorino fresco.
Il risultato è una saporitissima minestra densa da accompagnare con un buon bicchiere di vino.

Foto Ufficio Stampa R.A.S. http://www.sardegnadigitallibrary.it/
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Oggi non è semplicissimo trovare ovunque su filindeu, perché nella ristorazione inizia a diventare uno dei prodotti culinari più rari della Sardegna.
É molto più facile degustarla in occasione dei festeggiamenti di San Francesco di Lula, a ottobre e ad aprile, dove questo piatto viene preparato e offerto ai pellegrini.


Imperdibile la descrizione che fece la scrittrice Grazia Deledda nel romanzo “Elias Portolu” di questa festività, che praticamente non ha subito modifiche nel corso di tutti questi anni, così come risulta interessante notare l’incredibile significato che questa particolare pietanza avesse avuto per il popolo, in un contesto di forte sacralità.


Le scodelle di minestra venivano infatti benedette dal prete, tutti dovevano assaggiarne almeno un cucchiaio e le spose novelle che giungevano alla festa, dovevano, non solo mangiare la zuppa ma anche baciare il mestolo caldo con cui veniva servita.

01 dicembre 2015

Mauro Cuccu
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