“Sa battalla” di Sanluri

Il tramonto dei Giudicati

30 giugno 1409. É la data segna la fine del dominio dei sardi nella propria terra. Quel giorno capitolò, infatti, il giudicato d’Arborea, l’ultimo avamposto di una storia, quella dei giudicati sardi, ricca di fascino e speranze e che aveva come obiettivo un chimerico Regnum Sardinae, divenuto più nell’immaginario del popolo che nella realtà.

Si tratta di uno dei capitoli più belli ed entusiasmanti dell’intera storia sarda
Un periodo durato decenni, dove si sono alternate battaglie, intervalli di pace e prosperità, carestie, leggi e regolamenti, fortune e pestilenze, fino all’inevitabile tramonto.

Il 30 giugno 1409 nei pressi di Sanluri si consumò la tristemente celebre battaglia tra le forze catalano-aragonesi, capeggiate da Martino il Giovane e l’esercito sardo dell’ultimo giudicato ancora in vita in Sardegna, quello d’Arborea, appunto, guidato da Guglielmo III de Serra Bas.

Foto di E. Messina
Foto di E. Messina

L’esercito giudicale era composto da oltre quindicimila soldati, malamente equipaggiati, coadiuvato anche da truppe pisane, genovesi e francesi, superiori per numero rispetto ai rivali, ma inferiori per addestramento, adattamento e dotazione.

Lo scontro avvenne il 30 giugno e l’impatto per i sardi fu tremendo. Subito diviso in tre parti, l’esercito di Guglielmo III non riuscì a limitare le grossissime perdite.

Dei primi due tronconi solo quello che si rifugiò nel castello di Monreale resistette e si salvò. L’altro capitolò a Sanluri, nel castello di Eleonora che non riuscì a opporsi all’urto delle truppe di Martino il Giovane. La terza parte dell’esercito fu costretta a indietreggiare fino alla valle del Rio Mannu.

Il fiume si rivelò un ostacolo insormontabile per le truppe sarde che si trovarono così in trappola e impossibilitate a guadare il corso d’acqua, (eccezionalmente in piena), furono costrette a risalire il colle, presidiato interamente dagli aragonesi che a quel punto li sterminarono senza pietà, nella località simbolo di questa battaglia, chiamata “S’Occidroxiu”: (il macello).

Sbaragliati i due terzi dell’esercito sardo e costretto alla fuga i restanti soldati, Martino invase il villaggio fortificato e dopo una serie di brutali uccisioni ridusse in schiavitù molte donne, vecchi e bambini.

Tra le schiave catturate, spiccava una bellissima giovane che non passò inosservata agli occhi dell’erede al trono della Corona d’Aragona. Una giovane di rara bellezza di cui il sovrano s’invaghì perdutamente, tanto che la volle al suo cospetto.

Martino, i giorni seguenti alla grande vittoria fu colto da improvvise febbri, dovute alla malaria che imperversava nei pressi del fiume dove si era compiuto lo sterminio dei sardi. Non appena riacquistò un minimo le forze, benché ancora terribilmente provato dal male che lo colpì, rivolse il suo pensiero a quella bellissima ragazza che aveva fatto rapire e se la fece condurre a corte.

Qui la storia s’intesse di leggenda perché quella ragazza, che divenne poi famosa con l’appellativo de “la bella di Sanluri”, giacque ripetutamente con lui, fiaccandolo con una lunga serie di amplessi e portandolo irrimediabilmente alla morte.

La fine del Giudicato d’Arborea si trascinò nel letto di morte il sovrano, misera consolazione, perché il prezzo da pagare fu altissimo. Fu la fine del dominio dei sardi nel suolo natio perché fino a quel giorno essi avevano conservato anche solo un piccolo avamposto su cui mantenere il proprio dominio.

Da quel giorno non più. Per questo si tratta di una data epocale, dolorosa e romantica, che come ricordò Sergio Atzeni nel suo splendido “passavamo sulla terra leggeri”, segnò la fine di una storia che partiva dal neolitico e giungeva al capolinea, in una calda giornata di fine giugno di oltre seicento anni fa.

 

02 giugno 2016

Mauro Cuccu
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