Asinara, il magnifico sentiero del granito

Una giornata diversa per un tuffo nella natura più selvaggia

Una brezza verace col sole che si nasconde tra le nuvole accoglie il turista. Dal piccolo e pittoresco porticciolo di Stintino (SS), si salpa verso un’isola misteriosa e disabitata. La sua sagoma appare nello sfondo, confusa tra le nubi. Il mare è docile, di un blu profondissimo. Tutto è pronto per una giornata diversa, per un tuffo nella natura più selvaggia.

Foto di M. Cuccu
Foto di M. Cuccu

Una volta partiti si costeggia Punta Negra, con le sue piccole calette. Non troppo distante appare la torre saracena che domina la famosa spiaggia di Stintino: la Pelosa, col suo inconfondibile mare turchese. Un minuto isolotto s’interpone tra la torre di Stintino e l’approdo di Fornelli all’Asinara. Un piccolo lembo di terra spoglio, di un giallo infuocato, presenta anch’esso la sua piccola torre, adagiata quasi sul mare, in quel limitare della collina dove la terra va a perdersi tra le onde che alternano colori magici.

Interno dell'ex carcere - Foto di M. Cuccu
Interno dell'ex carcere - Foto di M. Cuccu

A Fornelli si attracca rapidamente.

 

A dominare l’insenatura è il rudere medioevale del Castellaccio, che svetta su un piccolo promontorio.

 

Il vento qui è di casa, più selvaggio e duro di quello che ci si lascia alle spalle.

 

Sotto il rudere a catturare l’attenzione, è il carcere, opera dell’uomo, arrivato fin qui a costruire. Il famoso carcere dell’Asinara brulica di turisti e dove un tempo venivano rinchiusi malfattori e delinquenti, ora scorrazzano i bimbi intenti a rincorrersi spensierati tra le celle aperte, in un continuo succedersi di scatti fotografici. Si passa in rassegna il cortile col suo piccolo dispaccio, le famigerate celle, dove venivano rinchiusi i detenuti in regime di 41bis, il quadrato dell’ora d’aria col tetto di rete metallica e i lunghi corridoi.

 

Non fosse per quel vociare, solo il vento ci sarebbe a intonare il suo lamento.

 

Ciò che non è più utilizzabile per la primaria funzione per cui viene concepito e costruito, cambia puntualmente veste e diventa attrazione turistica, in un passaggio non sempre agevole e non sempre privo di traumi in Sardegna. Le miniere ne sono il simbolo.

 

Un sentiero a caso, tra i diversi a disposizione: Il “Sentiero del Granito” ha un suono dolce.

 

S’imbocca una mulattiera che chiamano appunto del Granito. Subito si costeggia un altro carcere, quello di Santa Maria. Trasportati dal solito vento, si fiancheggia la costa sud orientale. I colori del mare sono un abbaglio. Il grillo cessa di cantare al passaggio dell’uomo, la calura si fa sentire ma la brezza marina è di gran sollievo. Ogni senso ha il suo appagamento. Da uno spuntone di granito domina indisturbato un muflone. Un piccolo gruppo di asini albini pascola tra la macchia. Lucenti gabbiani corsi eseguono audaci volteggi sopra le onde. É l’apoteosi della natura.

 

Ora il granito prende possesso dell’ambiente e alterna forme bizzarre a massi duri e grezzi, altri vinti dalle forze marine e dai venti sono scolpiti abilmente.

 

Il mare calmo accoglie la roccia che entra in acqua dolcemente. Il sentiero è agevole. La caletta de Li Giorri è un piccolo gioiello di sabbia incontaminato, sperduto e solitario, incastrato da due leggeri promontori rocciosi. Concedersi un bagno qui, in quest’acqua incantevole, lontani dal caos frenetico de La Pelosa sa di rivincita, di riconquista.

 

A quasi tre ore di cammino, il parco dell’Asinara si mostra in tutto il suo splendore. Il mondo civilizzato è abbastanza distante, tutto è sufficientemente lontano che ora è facile sentire solo la voce della natura.

 

Si prosegue per il sentiero, che si fa più duro ma decisamente più bello. Sempre adiacenti alla costa stavolta si perfora il granito. E’ presente ovunque, con contorni audaci, possenti. A far da strada c’è il vento, il compagno più fedele.

 

Il sentiero è segnato da indicazioni, una cava con un attrezzo dismesso alla deriva, segnala che qui avveniva, in tempi remoti, la lavorazione della preziosa pietra. Ma le sorprese non sono finite. Nei pressi dello Stagno di Sant’Andrea, dove uccelli acquatici nuotano beati, s’intravede un incanto: un fazzoletto di sabbia fiabesco, un incredibile meraviglia di colori, una perla da non sembrare vera. La sabbia accecante, lagradazione del mareche si perde tra il turchese e il cobalto e la macchia odorosa attorno, formano un portentoso lembo d’idilliaca bellezza.

 

Quest’angolo di paradiso, impossibile da replicare altrove, lo si può solo ammirare da lontano. Entrare è vietato, si nota chiaramente il confine della zona protetta. Qua l’uomo deve stare fuori. Certi luoghi sono fatti per essere lasciati così, incontaminati, dimenticati, soli con se stessi.

 

Se la bellezza potesse essere rappresentata con un luogo, di sicuro quel luogo sarebbe questo. E’ un connubio stupendo tra la macchia, il mare, lo stagno adiacente che pullula di fauna. Una miscela di movenze, colori e aromi accentuata all’inverosimile.

 

Percorrendo la via del ritorno cheriporta all’attracco, a restare ancora in mente è quest’ultima immagine. Una volta lasciata l’isola e la scia schiumosa della piccola imbarcazione, sembra un filo bianco che si allunga man mano che ci si allontana dalla costa, si ripercorre l’intera giornata e si resta in egual misura stupiti e appagati.

 

I due esuli rilievi dell’approdo di Fornelli si guardano docilmente. Oltre, a nord, c’è l’altura più grande dell’isola, Punta della Scomunica (408 ms.l.m.), che domina su tutto.

 

Torna alla mente però l’ immagine della Cala di Sant’Andrea, intatta, di cui mai nessuna fotografia renderà giustizia, lontanae inviolabile, avvolta nel silenzio e nel fascino, tappa sublime di uno dei tanti magnifici itinerariche solo l’Asinara, isola nell’isola, riesce a offrire.

01 giugno 2015

Mauro Cuccu
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