Storia di un Ghetto che non era degli Ebrei

Tutte le vite della casamatta di Via Santa Croce

Nella roccaforte inespugnabile del Quartiere di Castello, borgo turrito rispondente alla ragion bellica dei colonizzatori della Karalis pisana e aragonese, sopravvive un prezioso equivoco dall’alto valore storico e architettonico.
 

Il “Ghetto degli Ebrei” della Carrer de Santa Creu- la via Santa Croce che scivola verso il Bastione in uno dei panorami più suggestivi della città di Cagliari, ha acquisito il suo nome identificativo solo nel secolo scorso, quando nella fretta o forse nella necessità di sintesi e agglomerazione semantica delle operazioni di nomenclatura ha dimenticato la sua funzione storica di casamatta militare per ridefinirsi al cittadino distratto come ghetto  giudaico.

La contrazione temporale,  sineddochica e di confusione tra sfortunati destini umani è quasi mitica:  il nome è infatti del tutto recente, e si riferisce all’accoglienza nella struttura delle famiglie disagiate del quartiere di Castello una volta persa la funzione militare dell’edificio; tutte le strutture appartenenti all’attuale ghetto degli ebrei  col sottostante bastione, invece, oltre ad essere collocati esternamente rispetto al settore che fu occupato dalla comunità giudaica, furono costruiti in tempi molto successivi rispetto all’allontanamento di questi dalla città, avvenuto nel 1492.
 

Non giudaico quindi, ma comunque ghetto, abbandonato, stigmatizzato. Il degrado del Quartieri Becciu (il quartiere vecchio) all’inizio del secolo scorso aveva però ancora i segni fastosi della dominazione spagnola e soprattutto piemontese. 

Scuderia, Quartier generale di Carlo Emanuele III, alloggiamento dell’intero reggimento della Compagnia dei DragoniDecine di modifiche e restauri in cinque secoli e un utilizzo pressoché continuo: è il prezzo  da pagare per un posizione privilegiata, sospesa sul bastione, circondata dalla bellezza dei panorami cagliaritani. Il visitatore non si accorge di questa dislocazione strategica se non dal giardino interno: l’attuale ingresso dalla Via Santa Croce è dimesso, e non lascia intravvedere il portento dei restauri effettuati dagli anni ’90 per trasformare la casamatta in un centro culturale.
 

Il museo permanente delle Torri e delle Fortificazioni della Sardegna, a memoria presente e passata della geografia del quartiere, ha visto alternarsi centinaia di mostre fotografiche, da Salgado a Robert Capa fino all’esposizione degli strumenti di tortura. E collettive, laboratori e workshop si snodano tra balaustre e cannoniere. Insomma, dalla casamatta si continua a dare segnali di fuoco, ma del fuoco sacro dell’arte e della cultura.

02 luglio 2015

Valentina Zuddas
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