Un museo che ora non c’è più

Gli strumenti musicali di Tadasuni

C’era un prete. C’era la musica. Infine c’era una passione. Questa è la storia di un museo che poteva essere, ma non è stato. Una storia tutta sarda.
 

La Sardegna da un punto di vista musicale è stata sempre molto ricca; da secoli il canto, la danza, i balli e i tanti variegati suoni degli strumenti tradizionali, hanno costituito una componente essenziale nella vita d’intere comunità.
 

A Tadasuni, piccolo comune con poco più di centocinquanta abitanti, sul versante occidentale del lago Omodeo, si trovava la più grande raccolta di strumenti tradizionali sardi.

 

Questa eccezionale collezione è nata tempo fa per via della grande passione che avevaper la musica il parroco del paese, Don Giovanni Dore. Tutti i pezzi che hanno composto questa collezione sono stati trovati proprio dal parroco in tutti gli angoli della Sardegna e col tempo, quella che era una passione si è trasformata in una raccolta organica sempre più numerosa che è riuscita a documentare la storia della musica tradizionale, utilizzata dai sardi nelle occasioni più importanti, di giubilo in ricorrenze quali matrimoni o feste patronali e di dolore, come nel caso dei riti sacri della Settimana Santa.

Il parroco col tempo era riuscito a collezionare varie tipologie di strumenti musicali, la maggior parte dei quali rappresentati da strumenti a fiato. Fra i più rilevanti c’erano su pipiolu, simile allo zufolo dei pastori, ottenuto con una canna affumicata sulla quale venivano praticati i fori per le dita, su sonètte (la fisarmonica), sas benas, is trumbìttas (trombette) e le famosissime launeddas, una delle più antiche testimonianze della musicalità polifonica sarda, documento inequivocabile della vita arcaica popolare che meglio di qualunque altro è riuscito a esprimere l’anima della tradizione.

 

Tra gli oggetti più curiosi e originali c’era sa serragia, fatta con una vescica essiccata di maiale e un crine teso di cavallo per suonarla,su trimpanu, un tamburo realizzato con sughero e pelle di animale e varie tipologie di matraccas,  taulittas erana e’cannas, tutti strumenti utilizzati ancora oggi per via del loro grosso strepitio, durante i riti pasquali.

                     

Questa splendida e rarissima collezione privata di antichi strumenti musicali autoctoni, stava per dar vita a un museo a tutti gli effetti, ma così non è stato e la stanza dove Don Dore teneva gli strumenti, che lentamente si era trasformata in una meta turistica visitatissima, oggi è vuota.

 

Oltre a saperli suonare, il sacerdote conosceva le origini e la storia di ciascuno strumento che faticosamente era riuscito a reperire nel corso degli anni e dava spiegazioni a tutti coloro che andavano a visitare la sua collezione.

Un allestimento semplice, in un piccolo ambiente con alcune mensole predisposteartigianalmente. Qui furono adagiati oltre cinquecento preziosissimi pezzi, a testimonianzadello straordinario patrimonio culturale e antropologico del popolo sardo. Don Dore accoglieva tutti cordialmente e raccontava le storie dei suoi strumenti con i turisti che aumentavano sempre più fino a raggiugere le trentamila visite.

 

Ma col tempo le forze iniziavano a mancargli e con l’avanzare della vecchiaia, prima della sua scomparsa, avvenuta nel 2009, quasi presagendo la fine di questo suo piccolo grande museo privato, fece un appello ai cittadini e alle istituzioni affinché si adoperassero nell’immediato futuro per gestire la sua collezione di strumenti, in quanto divenuta a detta dello stesso sacerdote:patrimonio dell’intera comunità che andava preservato e non dispersa.

 

Conservare intatto questo straordinario patrimonio etnografico sarebbe stato il naturale epilogo che ci si aspettava da questa bellissima storia.

Ma il finale non è quello sperato.

Questa è la storia di un museo che per tutta una serie di vicissitudini non è diventato museo. La storia di un grandissimo patrimonio ormai disperso e che non può più essere visitato da nessun turista. Non ci sono colpevoli, o forse sì, ma non è questa la sede adatta per accusare coloro i quali avrebbero potuto fare qualcosa, ma non hanno fatto nulla.
 

Rimane il rammarico per un’altra occasione sprecata; per un altro pezzo di cultura sarda che è andato disperso. La realizzazione di un museo vero e proprio sarebbe stata la giusta conclusione per una bellissima storia che, da una semplice passione, era riuscita a sfociare in memoria.
 

Sarebbe potuto essere un raro esempio di “museo degli strumenti tradizionali sardi”. Ora rimane solo il nome, che “suona” bene, ma la cui melodia risulta essere muta. Un qualcosa di tremendamente concreto, che poteva essere, ma non è stato, con buona pace di Don Dore che aveva lasciato tutti i suoi strumenti in eredità all’intera isola.
 

Rimane la reminiscenza di un luogo magico che per anni ha custodito piccoli oggetti arcaici e la storia di un popolo che anche con la musica riesce a comunicare.
 

Oggi possiamo solo raccontare questo. E anche questa storia dall’epilogo amaro ha la sua originalità, perché tra i tanti piccoli e unici musei sardi non poteva proprio mancare il“quasi museo”, destinato a vivere solo nei ricordi.

02 luglio 2015

Mauro Cuccu
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