Bandidos II parte

Il banditismo dell’Ottocento in Sardegna

Che cosa faceva del bandito sardo un bandito?
Tra le varie categorie ascrivibili al banditismo una in particolare racchiudeva tutti i banditi sardi, ovvero coloro che perseguiti o non perseguiti da un mandato d’arresto, inquisiti o già condannati per un delitto, si fossero sottratti alla giustizia, dandosi alla macchia.


Nel calderone finivano in tanti. Già appare evidente come non vi fosse l’identificazione della banda, (almeno inizialmente). C’è solo il singolo e questa è una prima considerazione.
Poi c’era da capire se il delitto oppure il furto del quale si veniva accusati fosse stato veramente compiuto.


La carriera di un bandito ha quasi sempre origine da un fatto apparentemente non grave edecisamente inconsistente. La rabbia e l’odio innescati da una piccola scintilla, divampano poi irrimediabilmente: l’accusa di un furto o di uno sconfinamento di bestiame, una minaccia, un tragico errore, una calunnia. Il fatto, l’accusa è ancora tutta da dimostrare ma nel frattempo il semplice sospetto ha attivato nella mente dell’accusato un processo devastante che difficilmente si può interrompere.


Qui la totale mancanza di fiducia nella giustizia ordinaria si materializza concretamente solo nella fuga e nella latitanza. Questo è il segnale inequivocabile della colpa dalla quale poi deve generarsi la vendetta. Talvolta quell’accusa è fondata. Talvolta no, non c’è nulla di vero, ma ormai il meccanismo è stato attivato. Una semplice insinuazione può segnare il destino di un uomo, può cambiare per sempre il corso della sua vita.

Foto di S. R. Zedeler - Fondo Bentzon - http://www.sardegnadigitallibrary.it/
Foto di S. R. Zedeler - Fondo Bentzon - http://www.sardegnadigitallibrary.it/

Ci si dà alla macchia dunque, per una semplice accusa, ma anche perché il fatto lo si è compiuto realmente. Ci sono banditi che dopo aver commesso un omicidio, sono diventati latitanti e hanno continuato a uccidere, diventando criminali sanguinari senza nessuna pietà e banditi sui quali quell’omicidio restava l’unico di tutta la loro carriera criminale, fatta spesso di decenni di latitanza.


Sulle spalle di entrambe le tipologie di latitanti, spesso gravavano omicidi mai compiuti, commessi da terzi, ignoti e insospettabili, che non esitavano a far ricadere lontano da loro, le colpe di cui si erano macchiati. Era prassi comune, infatti, attribuire al delinquente disperato, già alla macchia e braccato dalla giustizia, un ulteriore omicidio. Per questo avere uno o più latitanti in paese poteva rivelarsi in fin dei conti utile.


Il bandito era colui che viveva al bando della comunità, il diseredato spinto a combattere in una condizione portata ai limiti della sopportazione.
Interessante constatare come il fenomeno del banditismo si sia aggravato in concomitanza con la terribile crisi agraria che si abbatté sull’isola nella seconda metà dell’Ottocento, in tutta risposta a quella pressione fiscale insostenibile a cui erano sottoposti i ceti più poveri.


La protesta incredibilmente non si focalizzava tanto sulla povertà e sull’oppressione dei pastori e dei contadini, realtà consolidata ormai da tempo e status accettabile, ma si riversò quando quella sottile soglia di dignità venne superata, quando cioè venne a mancare perfino lo spazio per quel breve margine di sussistenza. Lì si compì il vero strappo. Non c’era nessun altro mezzo di difesa, solo la rivalsa rabbiosa. Fu così che il miscuglio di ferocia e ribellione, di protesta sociale e organizzazione criminale, dilagò con un impeto che non si era mai visto prima d’ora.

Furono gli anni in cui si era mitizzato il concetto di eroismo, del singolo prode e ribelle in rivolta contro la società che opprime. Prese vigore un certo concetto di banditismo col suo carico leggendario. Esso però raggiunse l’epilogo e si estinse nel momento stesso in cui altri fattori ebbero il sopravvento che introdussero il fenomeno in ottica moderna: alcuni aspetti gratuiti di crudeltà, l’organizzazione in bande criminali, il mercenarismo, la collusione con degli insospettabili, il divenire sicari a pagamento, la continua e perenne compromissione col marcio potere locale. Tutti aspetti che estinsero il carattere mitologico e romantico del bandito sardo.


É rimasta la simpatia e l’ammirazione per la figura coraggiosa del primo banditismo, il fascino del dissidente caparbio che ha ispirato i bellissimi versi di Sebastiano Satta.
I sardi messi a scegliere tra il bandito che parla sardo e si ribella al sistema e per esempio lo scrittore-ufficiale Giulio Bechi, autore del romanzo “Caccia grossa”, che definì i sardi come “selvaggi buoni”, scelsero il bandito, esempio tra tutti Corbeddu, uno degli ultimi portatori di puro romanticismo.


Anche la Sardegna ha avuto, nel bene e nel male, la sua dissestata, dura, cupa e travagliata epopea. Una chanson de geste tutta isolana. Uno scontro, figlio dell’incomprensione, tra chi non è riuscito a capire (Stato) e chi non ha più potuto sopportare (popolo). In questo terreno tutto diveniva lecito, anche credere, anche sperare, figuriamo ribellarsi.
Questo scontro serrato non si tramutò mai in guerra. Si concentrò in rivolte improvvise, di prodi disperati, perse in partenza. Tanto bastava, però,per continuare a vivere o meglio, a sopravvivere, perché quando la storia di un popolo è la storia di tante, troppe dominazioni, sono solo i ribelli gli unici eroi in cui credere.

01 ottobre 2015

Mauro Cuccu
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