Bandidos

Il banditismo dell’Ottocento in Sardegna

Per tentare di comprendere il fenomeno del banditismo ottocentesco in Sardegna, è necessario partire da una constatazione storica, tanto ovvia e risaputa, quanto fondamentale: la Sardegna ha subito una serie sconcertante di dominazioni. Alberto Lamarmora nel suo Voyage en Sardaigne scrisse: “Qualunque altro popolo che si fosse trovato per tanti secoli, nelle circostanze negative che da sempre pesano su questa regione, non sarebbe stato né così paziente, né così docile”.
Alla base del fenomeno c’è indubbiamente la condizione di sfruttamento epocale, subita dai sardi, acuitasi enormemente nell’Ottocento.
Un fulmineo excursus storico serve per chiarire meglio l’analisi.


Partiamo dalprocesso di romanizzazione dell’isola che nella Barbagia, (zona montuosa interna), non fu mai vero e proprio assoggettamento. La Barbagia incarna la montagna, è il rifugio della libertà, un’isola nell’isola che non ha per confine il mare, bensì altra terra.
La romanizzazione della Barbagia ha lasciato in eredità non tanto un grosso patrimonio archeologico, quanto una profonda impronta sulla lingua, (il barbaricino è la lingua dove il latino permane in maniera molto più netta rispetto alle altre lingue romanze d’Europa).


I Romani prima, il cristianesimo poi, penetrato lentamente insieme ad altri popoli “venuti dal mare”: Vandali, Bizantini, Pisani, Aragonesi, Spagnoli, Piemontesi.
Per i popoli dell’entroterra e della Barbagia soprattutto, il mare venne associato fin da subito a un elemento negativo che portava sventure.
Oltre al fenomeno storico delle dominazioni, sempre piuttosto dure, il fenomeno del banditismo ottocentesco che cresce e si sviluppa esclusivamente nelle zone interne, si caratterizza alla nascita per alcuni fattori contingenti: l’abolizione del sistema feudale con la conseguente eliminazione dell’ademprivio e l’Editto delle chiudende. Fattori che in queste zone hanno generato sofferenze, ribellioni e atrocità più che in altre.


La gestione collettiva della terra era un elemento cardine della società sarda. La fine di questo sistema comunitario di conduzione arcaica e la scomparsa del feudalesimo hanno innescato nei sardi un odio dirompente. Lo Stato riscattò i feudi e comparve come un esattore durissimo, attuando la sua riforma sulla pelle dei contadini e dei pastori.
Nacque così la contrapposizione insanabile Stato-Sardegna, Continente-Isola, Città-Campagna, che si acuì incredibilmente nell’entroterra barbaricino emarginato ed estromesso da qualsiasi processo di crescita.
Si è creata in queste aree una forma arcaica di resistenza. Una resistenza sempre presente benché quasi mai unitaria e non sempre portatrice di valori positivi. Essa aveva una base solidissima: mantenere lo status interno inalterato; doveva restare su connottu, “il conosciuto”, dovevano perdurale le stesse leggi tradizionali profondamente radicate.

Foto di S. R. Zedeler - Fondo Bentzon - http://www.sardegnadigitallibrary.it/
Foto di S. R. Zedeler - Fondo Bentzon - http://www.sardegnadigitallibrary.it/

Alla luce di questo è naturale identificare il banditismo sardo come un fenomeno di reazione al sistema. Un fenomeno di ribellione della civiltà pastorale, forte e omogenea solo nel momento in cui deve pensare a difendersi. Una resistenza incapace di offendere e scarsamente interessata a espandersi. Dunque si può parlare di rivoluzione? Non propriamente. Mancava una vera fede politica a supporto.


Il banditismo sardo è un’attività delittuosa e criminale con caratteri e tratti distintivi che la rendono dissimile da altre attività criminali sparse per il mondo, perché le modalità, le motivazioni, il contesto socio-economico e culturale si differiscono in modo significativo da altre fenomenologie criminali.
Ma quali fatti e quali comportamenti caratterizzano il banditismo sardo dell’Ottocento? Quale elemento può essere riconosciuto proprio del banditismo sardo e in quali condizioni quello stesso elemento non può essere fatto rientrare?


Storici e antropologi illustri hanno esaustivamente inquadrato il fenomeno. Ci limitiamo semplicemente a dire che è essenziale partire dal termine stesso di “banditismo”, cercando di limitare innanzitutto l’accezione così ampia che questo termine ha avuto. Prendere per banditismo tutto quello che viene chiamato banditismo ma che banditismo non è, risulta essere uno degli errori più comuni.


La storia del banditismo che vogliamo raccontare è quella parte racchiusa dai confini netti e ben delineati. E’ quello che Gramsci definiva “banditismo romantico e passionale”. Il banditismo primordiale. Districarsi all’interno di questo spazio ben definito è comunque arduo perché fatti, norme, origini, esigenze, non sono così facilmente catalogabili sotto un unico termine. Non contestualizzare significa fare violenza e non aiuta il fatto che nella concezione comune si tende troppo spesso a generalizzare. Quest’operazione riabiliterà o screditerà qualche bandito ma è un percorso che va nella chiara idea concettuale di matrice gramsciana. E non mancheranno le figure femminili, le banditesse sarde che hanno lasciato una traccia indelebile nella storia.


Oggi l’aura che ha rivestito il bandito sardo dell’Ottocento, è andata via via perdendosi. I connotati romantici dell’arcaico banditismo e del concetto di resistenza sono stati violentati, abbruttiti, lacerati e soprattutto annientati dai recenti sistemi criminali.


Quell’aura è stata riportata alla ribalta principalmente dalla letteratura. Ne sono importanti esempi i romanzi di Costa, Fois, Dessì, Ricci, senza dimenticare il contributo intellettuale del già citato Gramsci ma anche di Sebastiano Satta, Michelangelo Pira, Bachisio Bandinu, Antonio Pigliaru, Emilio Lussu e Giuseppe Fiori.
Quest’anarchismo sociale è stato determinato e favorito dalla carenza dello Stato come organo di giustizia. Nasce non solo come opposizione e forma di ribellione allo Stato ma anche e soprattutto come compensazione all’assenza stessa dello Stato. Lo Stato nelle aree interne della Sardegna è portatore di una giustizia muta. Il banditismo non solo si sostituisce all’apparato statale ma cerca di dar voce anche alla giustizia. 


Si può eccepire sui termini e sui modi ma non sulle responsabilità statali, storicamente evidenti. É paradossale evidenziare come l’espansione del banditismo si possa far risalire non alla presenza autoritaria dello Stato, (quella arriverà in seguito, in maniera dura sotto forma di repressione armata) ma alla sua totale assenza come garante del diritto di giustizia.



02 ottobre 2015

Mauro Cuccu
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