Violante Carroz e i fantasmi del convento abbandonato

Il Corso Vittorio Emanuele II non è semplicemente una via del quartiere cagliaritano Stampace. É un polo magnetico che attira di giorno una grande fetta del traffico commerciale , di notte è il centro nevralgico della movida cittadina, tra locali notturni che disseminano sedie e tavoli in ogni angolo recuperabile della strada ed un fiume interminabile di persone che passeggiano tra automobili parcheggiate in ogni dove. “Su Brugu” è il suo nome per i cagliaritani, appellativo che racchiude in poche lettere il significato intrinseco che ha questa strada, considerata da sempre un vero paese in un quartiere.

Sono in molti che, soggiogati dal fascino del luogo, inconsapevolmente si ritrovano rapiti da un antico incantesimo, ritrovandosi a passeggiare tra le vetrine dei negozi e i profumi delle botteghe, come se quel luogo dovesse per forza pulsare di vita. Quando il Corso era una contrada, ricoperta di acciottolato e terra battuta, Carlo V Re di Spagna ed Imperatore del sacro Romano Impero vi fece tappa di ritorno dalla vittoria di Tunisi nel 1535.


Nei secoli diversi personaggi importanti calpestarono questa strada, resa insigne non tanto dalla maestosità delle seppur apprezabili opere presenti, ma dalla dignità dei personaggi storici che, per obbligo o per caso, vi fecero tappa, come  la famiglia reale dei Savoia che ogni anno presenziava alla Sagra di Sant’Efisio, ammirando la sfilata  prima dai balconi di Palazzo Ballero poi da quelli della ex Legione dei Carabinieri.

Nell’isolato racchiuso  tra  la via Angioy  e la via Sassari, fin dalla fine del 1272 a memoria storica, ma si suppone anche da prima, sorgeva il fulcro d’importanza non soltanto del quartiere ma dell’intera città. Il Convento di San Francesco. Alcuni storici sostengono che prima di passare in mano ai Francescani il Convento fosse passato di mano a diversi ordini monastici tra cui i Templari.C’è anche chi asserisce che l’edificio fosse stato costruito su di un tempio pagano della  Cagliari romana. Imponente costruzione tardo gotica, ricco di opere d’arte di grande valore e di ambienti che per le fattezze e la grandezza non aveva pari in tutta l’isola. Il canonico Giovanni Spano, in “ Guida alla città di Cagliari” del 1861, disse a proposito :” La Chiesa può dirsi un museo o una galleria, e per i suoi dipinti ed anche per l’insieme degli altri ornamenti in pietra, dell’architettura e dell’armatura del tetto a travi. Tutto è bello in quella molteplicità di tavole che adornano gli altari, e di gotici ornamenti, e d’intagli dorati, che sono della più bella maniera.. “

Come tutte le chiese fino all’Editto di Saint Cloud ,emanato da Napoleone nel 1804 ed esteso poi al Regno d’Italia dall’Editto della Polizia Medica, corpi di norme giuridiche volti alla regolamentazione della sepoltura dei morti, anche il Convento di San Francesco in Stampace aveva raccolto da sempre le spoglie di uomini e donne della nobiltà  isolana ma non solo,  anche personaggi storici di dantesca memoria come  il giurista trecentesco Lapo Saltarelli, esiliato in Sardegna da Papa Bonifacio VIII.

Le sepolture erano in ogni anfratto della Chiesa e del Convento, nelle cripte sotterranee, sotto i pavimenti, nei muri e nel terreno di pertinenza del luogo sacro. Per i frati la sepoltura e le messe in suffraggio, unite alle opere pie che accompagnavano la morte dei più ricchi, erano il sostentamento quotidiano.

Il Convento non fu solo l’ultima dimora delle spoglie di tantissime generazioni; fu luogo di espiazione per Donna Violante Carroz Marchesa di Quirra.

Violante Carroz arrivò in Sardegna dalla Spagna ancora ragazzina nella seconda metà del 1400 per motivi ereditari, avendo l’onere di governare i feudi dell’isola,  assumendo un’autorità, si dice, ben più grande di quella del Re.

La sua vita terrena non fu sicuramente facile ne felice. Partì dalla Spagna dove era dama di corte, dopo aver perso entrambi i mariti, entrambi presi da Dio, uno per malattia l’altro per vocazione spirituale. Si dice che fosse una donna molto bella e che per questo motivo le altre donne alla corte del Re di Spagna fossero molto invidiose.

Arrivò in città avvolta nei suoi veli luttuosi. Per quanto potesse detenere grandi ricchezze, potere e il lustro di un casato reale, sentì sempre l’ostilità di Callèr, la Cagliari spagnola. Non era vista di buon occhio dai sardi sia per l’invidia delle immense ricchezze che per il fatto di essere una donna al comando. Una vita trascorsa in pena per nostalgia della sua terra natìa e il dover sempre tirar fuori le unghie per non vedersi sottrarre le terre e i suoi diritti. La sua casa a Cagliari era il Castello di San Michele, ma trascorreva la maggior parte del tempo al Castello di Quirra. Una vita sempre all’erta per essere pronta a difendere i confini dall’irruenza di Eleonora D’Arborea. La solitudine fu la sua vera croce. I cagliaritani la reputavano perfida e libertina. Ma si sa com’è Cagliari, una città fatta di chiacchiere, dove i potenti hanno sempre e per forza almeno uno scheletro nell’armadio. Il cagliaritano è un mal dicente contro chi non conquista le sue grazie o ancora peggio se evoca il livore. Già nel medioevo il pettegolezzo aveva fatto radici in città e nell’isola, prendendo di mira un obiettivo debole ma anche tanto forte.


Quando Violante Carroz si vide osteggiata dal canonico Giovanni Castangia, che in tutti i modi si opponeva alla volontà della feudataria di ottenere l’annullamento del suo matrimonio per poter sposare il suo amante, l’impeto fu così forte e spietato che ancora a distanza di secoli e secoli la città ricorda il corpo del prelato squartato ed appeso a ciondolare su di una delle torri del castello di San Michele. Questo gesto costò alla Feudataria la scomunica.

Non tardi Violante si rese conto dell’atrocità di quanto il suo risentimento aveva fatto, ma forse dopo anni di abbandoni, solitudine e infelicità il suo gesto poteva essere giustificato?Lei stessa non si perdonò. Si dice che decise di espiare la sua colpa rinchiudendosi in una stanza del Convento di San Francesco di Stampace.  Un’ umile celletta posta alla sinistra della chiesa, a fianco alle scale che conducono al chiostro. Qui Violante morì  penitente  nel 1511 e fu seppellita all’esterno del tempio in un’arca in pietra con inciso il suo stemma.

Sono trascorsi 502 anni dalla morte della Marchesa di Quirra,  la fisionomia dei luoghi è sensibilmente mutata, ma non troppo. Il Convento di San Francesco ancora esiste. Distrutto e abbandonato, incastonato segretamente nelle grandi stanze dei palazzi liberty costruiti alla fine dell’ottocento sul suo scheletro dopo che bruciò in un incendio che tuttavia non riuscì a cancellarlo del tutto. Fregi, dipinti, iscrizioni, tombe e quant’altro, anche se molti non lo sanno, esistono ancora. Tra il Corso e la via Mameli vi è un apparentemente invisibile dislivello stradale, all’interno del quale si celano quelle che furono sacre stanze, tombe e cunicoli segreti che conducevano ( e conducono) al mare e al quartiere Castello.

Molti tra gli avventori dei locali notturni non sanno che i loro piedi calcano sulle spoglie di chissa’ quale concittadino del passato.Quando a notte tarda la movida finalmente si sopisce alcuni abitanti del Corso rimangono svegli non per il rumore delle bottiglie vuote che rotolano sull’asfalto, ma per i rumori dentro le loro case. Sospiri, pianti, bicchieri che cadono e voci. Ma di chi? Forse di coloro i quali, chissà per quale motivo,  sono rimasti legati al luogo in cui ancora giace ciò che resta del loro corpo e non riescono ad abbandonare il monastero. Qualcuno che lavorava nel locale dove  si trova  la cella di Donna Violante, è scappato a gambe levate dopo aver visto qualcosa di inspiegabile. Evidentemente Violante ancora non si sarebbe data pace e sarebbe  ancora lì.  Si dice che renda l’aria gelida e mandi in frantumi bicchieri. C’è chi dice di averla vista passeggiare nel chiostro che si affaccia sulla via Mameli, c’è chi dice invece di averla vista al castello di San Michele.

Ma se così è Violante non è l’unica presenza. Le chiese, secondo la tradizione popolare, sono frequentate dalle anime dei morti, il loro spazio sarebbe proprio davanti al passaggio centrale che conduce all’altare, proprio per questo nessuno deve mai sostarci, per non impedire l’ingresso delle anime in chiesa. Sarebbero molti i palazzi che ospitano chi ancora non ha voluto o potuto fare il grande passo verso l’aldilà. Alcuni medium sostengono che un fantasma diventi tale perché al momento della morte decida volontariamente di oltrepassare il tunnel che ci condurrebbe nell’aldilà. Il non seguire il loro destino creerebbe confusione agli spiriti che nella maggior parte dei casi, a prescindere da quanto sia stata violenta e traumatica la loro morte, non si renderebbero conto del cambiamento avvenuto. Le anime vivrebbero questa condizione di riserva perché condizionati dall’amore o dall’odio che hanno provato in vita. Si creerebbe a questo punto una sovrapposizione tra la loro dimensione, dove continuerebbero a vivere coinvolti ancora negli scenari di cui sono stati protagonisti in vita, e la nostra. Sarebbe compito di spiriti evoluti riportarli alla realtà dei fatti e far loro varcare la soglia della nuova vita.
Secondo una storia del secolo scorso una carrozza con un nocchiere senza volto  percorreva il Corso a tutta velocità. Chissà quale passione positiva o negativa ha intrappolato per diverso tempo l’anima del conducente!

01 dicembre 2016

Andrea Governi
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