Sant' Efisio

La peste del 1656 e un voto che si rinnova da oltre 350 anni

Sant'Efisio fu certo un martire, in una terra segnata dal martirio, ma non fu mai visto come un essere tanto soprannaturale, bensì come una figura semplice e umile che abbracciò la Sardegna intera, facendosi anch’esso sardo. Forse è anche questo uno dei motivi che l’hanno fatto giungere indenne fino ai giorni nostri. 

Per capire il significato non solo religioso ma anche storico che c’è dietro ogni ricorrenza che si rinnova puntualmente nel tempo, è necessario partire dal motivo primigenio che ha innescato il tutto. Nel caso della venerazione di Sant’Efisio si deve fare un salto di oltre 350 anni e giungere all’anno 1656.

In quei lontani anni è nascosta la scintilla di questa profonda devozione. Col tempo poi fede e tradizione si fondono e il mistero del rito prende sempre più forma, si arricchisce di nuovi particolari per tramandarsi nel corso degli anni. Anni duri quelli a cavallo del 1652 e del 1656. Un’invasione di cavallette dall’Africa, poi la terribile peste. Il morbo cruento, subdolo e orribile si era insinuato anche nell’isola, trasportato da qualche nave. In poco tempo si diffuse ovunque seminando morte e terrore.  

Ogni giorno in tutta l’isola si contavano centinaia di morti, tant’è che la popolazione sarda nel corso di pochi anni fu decimata. La peste propagatasi nella parte settentrionale dell’Isola giunse a Cagliari nel 1655. Ma il focolaio vero e proprio si estese l’anno successivo. Il 1656 per Cagliari fu un anno tremendo. Nei primi mesi di quell’anno la città fu dichiarata infetta. Le persone che incontrarono il morbo furono numerosissime; decine e decine di morti ogni giorno. La situazione divenne in breve tempo drammatica.
 

All’epoca, la Sardegna, povera e arretrata, non poteva certo far molto riferimento sulla scienza e l’unica alternativa era quella di alzare gli occhi al cielo e pregare affinché questo terribile flagello potesse terminare. Le preghiere e le suppliche degli isolani prima, e dei cagliaritani poi, si concentrarono su Sant’Efisio.
 

Fu così che la città disperata si rivolse al Santo, affinché la liberasse dalla peste, con la solenne promessa che se quella piaga fosse cessata, avrebbero ripercorso ogni anno, lo stesso tragitto compiuto dal santo stesso in occasione del suo martirio, quando dal carcere di Stampace venne trasferito a Nora per essere giustiziato nel 303 d.C.
 

Dopo qualche mese la peste allentò la morsa e scomparse del tutto nella primavera del 1657.
I cagliaritani e tutti i sardi in generale a quel punto, liberati dall’epidemia, poterono sciogliere il voto fatto l’anno prima e da quel lontano maggio del 1657 fino ad oggi ogni anno si adempie con intatta devozione a quella lontana promessa. Diverse persone hanno messo in dubbio l’effettiva storicità del santo, ufficiale dell’esercito romano, proveniente da una città dell’Asia minore e convertitosi al cristianesimo quando fu mandato in Sardegna.
 

Per chi ha fede, si sa, le prove non servono e poco importa che latitino anche le testimonianze destinate a supportare la storicità di Sant’Efisio, che si muove sempre sul flebile confine che c’è tra la storia e la leggenda.
 

La sua fama pertanto non può essere certo figlia della sua reale esistenza storica, ma è tutta incentrata nella fede. La statua del santo-guerriero Efis, che insieme alla spada porta la palma del martirio e la croce sul palmo della mano, è stata sempre accompagnata in questo percorso da Cagliari a Nora ogni anno, nonostante i disordini del 1794, l’alluvione del 1907 e la guerra del 1943, a riprova della grande devozione che aleggia intorno alla figura.
 

Efixeddu, come viene chiamato da alcuni genuini cagliaritani, fu certo un martire, in una terra segnata dal martirio, ma non fu mai visto come un essere tanto soprannaturale, bensì come una figura semplice e umile che abbracciò la Sardegna intera, facendosi anch’esso sardo. Forse è anche questo uno dei motivi che l’hanno fatto giungere indenne fino ai giorni nostri. 

26 aprile 2015

Mauro Cuccu
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