La cripta di Santa Restituta

Una grotta curativa nel sottosuolo della città

In pieno centro storico a Cagliari, nel quartiere di Stampace, quasi a concludere il conclamato largo Carlo Felice, lasciandosi alla spalle la zona portuale, ma non il tipico profumo del mare della città del sole, esiste un epico antro curativo, secondo la tradizione popolare plurisecolare e chimerica sarda, la cripta di Santa Restituta.


Sottostante la chiesa omonima, la grotta si apre con una ripida scalinata che conduce nel luogo in cui ebbe inizio il suo culto, la sua prigionia, il suo martirio, ma anche la leggenda. La Stessa, infatti, in una colonna isolata in loco, sarebbe stata legata, torturata, ma rimasta fedele al suo credo, perciò arsa viva.

 

Da questo momento in poi fino almeno al 1800, la cripta diventa secondo la tradizione popolare fonte di guarigione per chi, colpito dalla vita nella propria integrità fisica, si recasse a far visita al posto sacro e si avvolgesse nella sua mistica atmosfera, cospargendosi della terra del sotterraneo. La singolare guarigione si cercava attraverso l'esecuzione di rituali taumaturgici, in grado di ristabilire l'equilibrio psico-fisico eliminando la causa del malessere, prodigiosamente.

Photo by http://www.sardegnadigitallibrary.it/
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Risalenti al Medioevo cristiano, i riti taumaturgici erano svolti dai sovrani di Francia e Inghilterra, poiché dotati del potere curativo soprannaturale derivante dalla regia divinità, anche se è attraverso il Papa, con il sacramento dell'unzione col sacro crisma, che Dio conferisce loro tale potere. Per quanto concerne la religiosità popolare e la Chiesa cristiana, è facoltà del santo essere taumaturgo.
Ecco che si risolve, in tal implicazione, la natura risanatrice della cripta, poiché promana direttamente dalla Santa martire.
 

Esclusivo, invece, il modo in cui i bambini affetti dal vaiolo venivano curati secondo il dire mitico. Condotti nel loco sanitatum venivano diretti verso la camera della colonna del martirio e fatti sdraiare per terra, dove dovevano roteare più volte su loro stessi per sollevare la polvere del miracolo liberatoria del male. La leggenda, però, si lega alla leggenda: la stessa colonna vede il diffondersi di una credenza popolare lasciata ai margini per la sua natura scandalosa.


Il luogo del supplizio della Santa diventa il pilastro di rituali fertilistici per le donne sterili, le quali si muovevano sullo stesso in modo tutt'altro che femmineo e pudico, ai fini di agevolare un miracoloso concepimento. Lo scalpore fu tanto che dovette intervenire la chiesa per arginare gli accadimenti poco consoni al culto cattolico e "onde impedire certi abusi che se ne facevano” secondo il presbitero Giovanni Spano. Un dono di salvezza cristiana quello donato dalla martire, secondo il dire popolare sardo, che si evince dal nome proprio della timorata di Dio.

La particolarità etimologica quasi simboleggia l'unione tra la realtà storica della Martire, protettrice del culto cristiano seppur nelle vesti di provocatrice dell'ira dioclezianea e la leggendaria azione curativa del suo luogo sacro, elogio della parola del Messia e della Trinità. Il nome deriva dal latino restituta-restitutus, significante la restituzione alla vera fede per mezzo del battesimo sacramentale che conferisce salvezza secondo la volontà del Creatore. La similitudine dell'etimo con reparata, è immediata poiché la restituzione può essere intesa anche come riavere, recuperare un affetto perduto come quello dovuto alla scomparsa di un figlio. In tale prospettiva terminologica, la salvezza cristiana è raggiunta in virtù della nascita compensativa di un successivo discendente. Si denota dunque, un unico e costante filo conduttore: la restituzione.

 

La ritroviamo trionfante, infatti, nella visione mitica della grotta come luogo che ridava la salute. Restituta, da santa, regala guarigione grazie al suo antico e nascosto ritrovo di preghiera che persevera divulgare nonostante le persecuzioni cristiane volute da Diocleziano e che la portarono alla morte insieme ai martini di Abitina. Un ritrovo divenuto poi il suo carcere e che consiste in un ipogeo, in parte grotta naturale, utilizzato come rifugio antiaereo durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

 

Periodo in cui le sue reliquie, rinvenute con gli scavi del 1614, sono stati portati presso la chiesa di Sant'Anna per evitarne la dispersione. La cavità si diffonde in una spazio centrale le cui pareti erano colme di dipinti e affreschi di cui ritroviamo solo quello di San Giovanni Battista datato intorno al XVIII secolo, con la mano destra posta in segno di benedizione, mentre nell'altare maggiore è presente la statua marmorea della Santa. È palese come la Sardegna in genere e, nella fattispecie Cagliari, abbia la specifica e originaria particolarità di determinarsi per i suoi antichi racconti tramandati, come si fa nei migliori anni del passato, per voce generazionale. Da una semplice novella, diffusasi dalla notte dei tempi, erge indiscussa la cultura, la storia nonché un passato di spessore di un fiero popolo sardo, che possiamo scoprire proprio lì, in un piccolo angolo di città.

01 agosto 2015

Veronica Pastore
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